Ricordi di bimbo. La mattina del 2 settembre 1960 (allora si era ancora in vacanza, poiché le scuole riaprivano rigorosamante il primo ottobre) mio padre mi svegliò dandomi – non ho mai capito perché – due notizie: che mi colpirono talmente tanto da ricordare ancora adesso quell’episodio che i decenni non hanno mai sepolto. “Ieri sera l’Italia ha battuto il Brasile e purtroppo è morto Mario Riva”. Tutto vero nella stravagante, eppure premurosa, drammaticità di quell’accostamento. La bellissima e giovanissima nazionale olimpica di calcio con Rivera, Bulgarelli, Burgnich, Tumburus, Trapattoni guidata da Nereo Rocco aveva strapazzato a Firenze il Brasile di Gerson vincendo il proprio girone ed accedendo alle semifinali del torneo (dove poi sarebbe stata battuta solo per sorteggio dalla Jugoslavia); Mario Riva, il più popolare e amato presentatore della televisione italiana, era morto nella notte per le conseguenza di un’assurda caduta in una botola avvenuta pochi giorni prima all’Arena di Verona, dove stava per andare in scena l’ultima serata di una sorta di versione estiva del “Musichiere” (per l’esattazza, il “Festival del Musichiere”): per ironia della sorte, Riva doveva presentarsi sul palco con una specie di torcia olimpica, per celebrare il grande evento che stava affascinando tutto il Paese. Praticamente nessuno si accorse dell’incidente: tant’è vero che il maestro Gorni Kramer aveva già attaccato “Domenica è sempre domenica”.

Al di là de miei ricordi personali (di cui mi perdonerete l’intromissione), è molto difficile spiegare chi sia stato Mario Riva per chi non ha potuto apprezzarlo direttamente. Assieme a Mike Bongiorno (che comunque aveva già concluso la sua epopea di “Lascia o Raddoppia”) era l’autentico dominatore della giovanissima televisione italiana. Di certo il personaggio in assoluto più amato – ma forse sarebbe più corretto dire, benvoluto – del momento. Ma mentre Mike, della tv, rappresentava la parte istituzionale, quasi notarile, Riva ne era la versione più allegra, scanzonata, coinvolgente e brillante: con capacità empatiche e amabilmente comunicative che sinceramente io non ho mai più visto in alcun suo successore (anche in quelli che si sono consapevolmente o inconsapevolmente alimentati alla sua “scuola”).Veniva dal cosiddetto “varietà”, dunque dalla gavetta più formativa che ci potesse essere: ma aveva fatto anche tanto cinema e tanta radio, forte di un talento purissimo e di una simpatia fuori dal comune che avevano trasformato un “format” tutto sommato elementare come il “Musichiere” in un cult che bloccava l’Italia del sabato sera (di cui Riva fu il primo incontrastato “inventore” e re). I cinema, per dire, erano stati costretti a comprare dei televisori per permettere agli spettatori di non perdere la trasmissione: che d’altra parte, va ricordato era firmata “nientepopodimenoche” (come diceva proprio Mario) dalla coppia Garinei&Giovannini e aveva come regista il giovane Antonello Falqui che poi avrebbe fatto la storia della televisione.

Il pupazzo del “Musichiere” era il gadget più ambito dei bambini italiani. La trasmissione diventò non solo un gioco in scatola, come si usava allora, ma addirittura una rivista edita dalla Mondadori con tiratura di centinaia di migliaia di copie (con spesso all’interno un 45 giri flessibile che ancora oggi fa la felicità dei collezionisti: Mina, per dire, “nacque” così). Al di là della formula, basata sul riconoscimento di motivi musicali, non ci fu divo – anche di caratura mondiale, anche hollywoodiano – che non passò dal nuovissimo Studio Uno di via Teulada. Ma persino Bartali e Coppi si esibirono in un duetto musicale che fece epoca e che ancora adesso non è difficile incontrare in qualche revival.

Tutta l’Italia – tutta! – cantava “Domenica è sempre domenica”. Quasi l’inno nazionale di un Paese, certamente ingenuo, ma con tanta voglia di guardare avanti con semplicità, serenità e speranza. Mario Riva aveva 47 anni: al suo funerale a piazza Euclide, quando a Roma era ancora estate, parteciparono 250.000 persone